Il consiglio che solitamente do a coloro che mi parlano di viaggi è quello di partire. Rimuginare all’infinito, caricando il proprio viaggio d’ingombranti aspettative, è il modo migliore per fallire il proprio intento. Il viaggio stesso si trasforma nel pallido alibi di un sognatore. E i sognatori, si sa, per quanto facciano tenerezza, fanno sempre una brutta fine.
“Viaggiare costa”, mi si dice. Non sono d’accordo. Hospitality Club e Couchsurfing sono due associazioni non-profit nate con l’intento, come recita il loro manifesto programmatico, di “cambiare il mondo”. Il meccanismo è semplice: c’è gente che ha spazio libero in casa e lo offre gratuitamente a coloro che sono in viaggio. E’ un aiuto stupefacente per tutti coloro ai quali il tradizionale circuito del turismo sta un po’ stretto. Ho viaggiato mezza Europa dell’Est (Russia, Ucraina, Ungheria, Repubblica Cieca, Polonia, Lituania, Estonia…) in corriera e in treno facendomi ospitare da persone che avevano spazio libero in casa: chi una camera singola, chi un divano vecchio, chi ancora una semplice coperta posta sul pavimento. L’adesione non comporta alcun obbligo: se non puoi ospitare (ovvero se non hai spazio libero in casa o semplicemente non hai voglia di avere gente che non conosci tra i piedi) puoi non farlo. Non ha alcuna importanza: puoi essere ospitato senza essere in grado di contraccambiare, come succedeva a me all’inizio. Il desiderio di entrare in contatto con persone appartenenti alle più diverse culture è l’unica cosa che davvero conta: HC e CS sono una semplice mano tesa a chi ha voglia di conoscere il mondo, e non è poco coi tempi che corrono.
Molti membri di HC e di CS lavorano nell’ambito del turismo tradizionale: gestiscono hotel, bad&breakfast, ostelli, agenzie turistiche e quant’altro. I due circuiti – quello dei turisti tradizionali e quello dei viaggiatori indipendenti – nonostante proseguano paralleli, non sono minimamente in contatto. Per i primi il viaggio è un periodo di riposo che fa seguito ad un periodo di lavoro: c’è chi prepara il viaggio per loro e mai sarebbero disposti a rinunciare a quelle comodità senza le quali la loro normale vita quotidiana non potrebbe esistere. Per i secondi il viaggio è uno stile di vita: ogni viaggio va preparato con cura, ma essere on the road significa essere pronti a svoltare ad ogni curva. Ciò che conta è entrare in contatto con culture differenti, creare quella sfasatura (una sfasatura vera, non l’esotico addomesticato delle agenzie turistiche) che sola regala l’ebbrezza dell’insegnamento e dell’apprendimento di qualcosa di vero, che va al di là delle parole. Molto al di là, mi verrebbe da aggiungere.
Non si ha alcun obbligo: si ospita solo se si ritiene che ospitare sia un arricchimento personale, esistenziale. I viaggiatori non possono essere dipendenti da un tuo sì o da un tuo no: troppe sono le vie a questo mondo. E’ giusto ripeterlo ma senza enfatizzarlo troppo, perché è da anni che la gente se la prende in culo con la storia che è “gratis”. Si accettano i volantini per strada, sono gratis, e si guardano programmi voltastomaco tipo Mediaset perché sì è vomito puro, ma almeno è gratis, e pure la pubblicità che c’è in mezzo, gratis anche quella, e così via. E’ proprio perché i soldi non sono tutto nella vita che possiamo fare a meno di usarli, e non il contrario.
Ultimamente ho offerto spazio sul pavimento – ovvero l’unica cosa che posso offrire – a tre ragazze da Riga, un ragazzo dal Sud della Russia, una coppia dalla città finlandese di Kuopio, due americani di passaggio, e un tipo un po’ strano. Un giapponese in viaggio da otto anni: abbandonato il Giappone esattamente otto anni fa, e il suo viaggio durerà almeno altri tre anni; è la seconda volta di seguito che fa il giro del mondo; il tutto rigorosamente in bicicletta, al ritmo di cento chilometri al giorno. Sì, c’è da mettersi le mani nei capelli ma è tutto vero. Non tutti i viaggiatori sono così; la maggior parte sono persone normali. Ma ognuno ha la propria prospettiva e, sicuramente, da qualche parte in Europa, qualcuno starà raccontando di un italiano che, appena laureato, decise di mollare tutto e, dopo due settimane trascorse viaggiando, senza conoscere il russo o avere speciali contatti, decise di trasferirsi a Sanpietroburgo. E’ quello che voglio dire: viaggiare, per chi lo vuole veramente, non è più una chimera, né tantomeno roba da ricchi, ma un passo alla portata di chiunque. Basta solo partire.


