All’italiano riconosciamo almeno la genialità: il fatto che sia riuscito a trasformare il proprio ritardo culturale – e mentale – in un solido modello di vita testimonia un istinto di conservazione che non può lasciare indifferenti. Incedere sul filo della propria stoltezza senza sbilanciarsi, pericolosamente proteso tra istituzioni e ordinamenti, tra cerimoniali e convenevoli – ammettiamolo – non è da tutti. E l’italiano, l’arte del filo, ce l’ha proprio nel sangue.
Le russe più avvedute lo sanno bene, e quelle ancora “candide” avranno modo di apprenderlo in fretta: sposare un italiano significa sposare una famiglia. Madri agguerrite, padri allo sbaraglio, la sorella isterica e il fratellastro indiscreto, e poi ancora il nonno narratore delle sue improbabili, adolescenziali epopee, e la nonna che va a comando quando non a bacchetta, e avanti col prozio venuto dall’America, che si fa chiamar dottore ma non c’ha la laurea, e il biscugino spuntato dall’erba, un ciccione piovuto dal cielo, e gli “amici di famiglia”, una fiera campionaria di mostruosità eccellenti, e avanti col cane, così dolce, e la gattina, fa la ruffiana, e quando pensi di aver visto tutto, quando sei sicura di aver esaurito tutto il repertorio che un’umanità degenerata può offrire, ti accorgi che, lì, sull’angolo, c’è anche il pesciolino rosso che implora aiuto. Anzi no; ti avvicini, l’osservi meglio, lui boccheggia con gli occhietti spalancati, impavido, senza fretta. E allora, a dieci centimetri dall’acquario, lisciandoti i capelli biondi, accostando i tuoi occhi azzurri al vetro impolverato, arrivi al dunque e finalmente te la poni, la domanda cruciale: chi è veramente, dei due, il pesce?
La famiglia nucleare è un’invenzione delle scienze sociali, un formalismo che l’italiano ha adottato per rimanere al passo coi tempi, una spolverata a centimetri di vecchiume che non ne vogliono proprio sapere di andarsene per sempre. Non è che nell’Europa del Nord il concetto di famiglia non esista: esiste ovunque, ma c’è modo e modo di interpretarlo. Quello appiccicaticcio, possessivo, claustrofobico è sempre un amore bambino. Vado a trovarlo, e lui mi fa entrare nel suo nuovo appartamento. Alla richiesta di un bicchiere d’acqua, mi dice che posso prenderla dal frigorifero: fa come se fossi a casa tua. Mi alzo e lo apro, il frigorifero: una bottiglietta d’acqua, una birra già stappata e un limone ammuffito. Gli chiedo come sopravvive, lui mi risponde che va a mangiare dai suoi, che abitano al piano di sotto, e alla domanda sul perché avere un appartamento per sé, replica stizzito: “Perché così sono indipendente; mica tutti lo farebbero di gestirsi la propria vita per conto proprio”.
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