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31 December 2006

Oltre la bellezza: il silenzio e l’assenza [Diario pietroburghese] — manlio casagrande @ 11:44

 
Silence and...
 
 
 Comme l’oiseau sur la branche
Comme le vent dans le cœur de la nuit
J’ai cherché ma liberté
 
 
...and absence 

30 December 2006

L’impatto 5/5 [Diario pietroburghese] — manlio casagrande @ 13:53

La gabbia senza sbarreLa bellezza, dunque. Diventare persone già di per sé non è cosa facile, ma come potrà accadere se lo scenario che ci avvolge è una fiera campionaria di mostruosità? Se lo sguardo è quotidianamente costretto ad impattare in orrori che gareggiano tra loro per una medaglia alla bruttezza? Se lo sfondo dei nostri pensieri e delle nostre emozioni è una landa desolata e senza sentimento piuttosto che un condominio arido e scarno?
Niente, c’è da far fagotto e andarsene. Non per vigliaccheria o sgomento o costernazione, ma per dar voce a quel qualcosa che abbiamo dentro. Perdersi e ritrovarsi, e così all’infinito, che cos’è altro se non il precetto della bellezza? Nei momenti di spensieratezza si sarebbe tentati di guardare il mondo come fosse un gran opera d’arte; e invece ci sbaglieremmo, vorrebbe dire offenderlo. Raramente l’uomo occidentale riesce ad andare oltre. Egli è troppo occupato a guardarsi dentro, a spulciare e a rovistare, nel narcisistico tentativo di dare voce alla propria sofferenza. Arrivo a Sanpietroburgo; è ancora zeppa di neve, i canali sono ghiacciati e la prima giornata di sole arriva dopo due settimane esatte. Esco, mi incammino verso il centro, calco il ponte maggiore e mi avvicino ad un giardinetto che dà direttamente sul lungofiume. Sono lì. Lo potrei osservare come un critico osserva un Picasso; un’emozione fortissima, serrata, invadente. Quel piccolo spiraglio sulla morte che è  l’orgasmo; l’arte, il sesso, la religione ne sono pieni. Infiniti castrati. Il mondo inteso come opera d’arte; come intenzione lasciva, risultato forgiato, soglia luminosa. Ma non sono venuto fin qui per ingannarmi, e allora vado oltre. E quello che provo è qualcosa che va al di là della gioia e del dolore… Esso, come un piuma in eterna sospensione, è un soffio che mi raccorda al tutto, un istante lieve che rima con l’infinito, un sottile gesto che cancella il pensiero. E’ amore, forse. Sicuramente un’altra qualità di quell’amore di cui tutti vanno parlando. Un contatto primitivo, un vuoto senza spazio, un implosione for… Mi sveglio, torno in me. Sono sempre lì, anzi sono qui. Penso alle varie città nelle quali avrei potuto essere, e penso che non c’è da starci a pensar su; Sanpietroburgo è bellissima, certo, ma cosa vuoi che conti. Non sarebbe sufficiente. E allora proietto questo mio sentire al di fuori, consapevole che si tratta di un didentro rivoltato. E questa è la città che sto calcando, questa è già la mia città. Possiamo esserne tutti d’accordo. Se Parigi è vanitosa, New York isterica e Roma caciarona, Sanpietroburgo – semplicemente – sta.
Me ne torno in appartamento, soddisfatto. Bevo una tazza di tè verde, poi vado a letto. Prima di addormentarmi ripasso un po’ il libro di grammatica russa; un po’ pesantina, ‘sta grammatica. Spengo la luce, sbadiglio, penso che tutto è ok, e che ora basto veramente a me stesso, e niente più.

29 December 2006

L’impatto 4/5 [Diario pietroburghese] — manlio casagrande @ 10:30

Posta sul tetto del mondo,  Sanpietroburgo è una città eternamente sospesa sul vuoto. E’ sospesa storicamente, in primo luogo. Città azzurra nata per volere divino, ovvero dello zar Pietro I che la fondò nell’anno 1703 d.C., essa bluffa continuamente alludendo ad una storia che non ha veramente vissuto. Il suo passato, seppur intenso, è costituito da una manciata di secoli; poco più che un’infanzia per una città. I monumenti, i palazzi, le chiese sono rimandi storici alla cultura occidentale alla quale Sanpietroburgo è solo affettivamente legata, ma che non ha mai vissuto sulla propria pelle, ovvero fisicamente.
Ogni civiltà nasce col mito e termina col dubbio. Ovvero viene alla luce con segni di bellezza e si esaurisce in quanto defraudata dei suoi punti fermi. Il dubbio è efficace solo nella dimensione privata; quando penetriamo nell’oasi della riflessione, più abbracciamo il dubbio e più entriamo nella stessa lunghezza d’onda della realtà, perché essa è al di là di qualsiasi spiegazione. Essa, la realtà, è sempre più complessa di qualsiasi teoria che tenti di descriverla: ogni sistema, teoria o spiegazione nasce dalla realtà, e mai viceversa. Ma quando siamo costretti ad agire, soprattutto se collettivamente, il dubbio è un intralcio, una stampella, una paralisi e va gettato. Dobbiamo fingere di essere perfettamente convinti di quello che facciamo; e forniamo delucidazioni e spiegazioni, talvolta brillanti, ma sempre parole su parole; più facciamo finta di avere la situazione sotto controllo, più cioè la nostra recitazione assume il tono del limpido disincanto, più la stima degli altri ci verrà naturale.
Sanpietroburgo, da una manciata di episodi gloriosi, ha dovuto reinventarsi un passato al quale ancorarsi, per non precipitare nelle acque del dubbio, per giustificare la propria esistenza al mondo e recitare così quella commedia occidentale che si basa su una frase che nessuno dice ma che da tutti è sottintesa: “se sono al mondo è perché c’è un motivo preciso, ne sono certo, ed ora te lo racconto”.
La modernità è terminata nel momento in cui l’uomo ha visto prepotentemente affiorare il proprio istinto animale. Le convenzioni che per millenni avevano lavorato in direzione della forma lentamente si sgretolano; vengono a galla quei nodi irrisolti dell’essere umano, studiati da nuove discipline, come la psicanalisi e le scienze sociologiche, che si riappropriano del lato sommerso dell’iceberg della personalità umana scalzando le vecchie impostazioni filosofiche, troppo spesso ancorate ad errori scolastici – ovvero prodotti dall’approccio della Scolastica – mai evidenziati a sufficienza. Se la Recherche proustiana è l’ultimo tentativo di racchiudere la realtà attorno ad un progetto unico ed omogeneo, La metamorfosi di Kafka punta il dito verso una vertigine che progressivamente si allarga, fagocitando quei brandelli di senso che sono il prodotto delle interpretazioni totalizzanti a cui tutti, bene o male, erano e sono ancorati.
Sanpietroburgo, con i suoi cinque milioni di abitanti che si raccolgono in una dimensione quasi provinciale, riceve solo in parte l’effetto della vertigine post-moderna. Voglio dire questo: se a Mosca si respira l’abisso della metropoli immensa e senza punti fermi, e la folla si accalca nell’ora di punta e vieni letteralmente travolto dentro la metro, e non ti è concesso fermare un passante per chiedere informazioni perché tutti corrono, a San Pietroburgo questo non accade. Essa è costantemente riportata al passato dalla sua intima struttura, dalla grazia della sua fisionomia, dall’immancabile alone dei grandi scrittori russi dell’Ottocento, dalle innumerevoli statue in memoria di chissà quale valoroso giovane caduto in duello, dalla ragnatela compatta delle sue vie ampie e spaziose. La velocità post-moderna, con la sua frantumazione del senso e il suo ritorno alla volgarità primitiva, appare, ma si posa lieve sopra a qualcosa di eterno, che a tratti pare poterla assorbire. E sta lì, e quando stai per dire che il tutto sembra stridere, ti accorgi che è lì da sempre, e che è antica quanto l’uomo. E che non stride affatto, come la neve sopra una rossa lanterna in una via del centro.

28 December 2006

L’impatto 3/5 [Diario pietroburghese] — manlio casagrande @ 21:33

La piazza del Palazzo d'InvernoSanpietroburgo, a dispetto dei suoi cinque milioni di abitanti, è una metropoli discreta. Laddove la volgarità è il prodotto dell’assenza di controllo, la grazia nasce da un equilibrio che sembra direttamente attingere alla spiritualità. Il grattacielo americano, il cosiddetto skyscraper, così infantile nella sua forma e nei suoi colori, non spaventa per la piattezza della cultura che l’ha prodotto, quanto per i suoi connotati psicologici, per l’ideologia che subdolamente esso rimanda con la sua sola presenza: una volgarità nevrotica, un esibizionismo sfrenato, una violenza senza attenuanti. Il solito tentativo di toccare il cielo con un dito, come se un centimetro sopraterra non fosse già cielo. Anche i palazzi tardo-rinascimentali contengono una dose di violenza, percepibile dalla loro immensa mole, ma essa è trattenuta, silenziosa, sorridente. L’ansia capitalistica, che nasce dall’incapacità di assomigliare alla propria immagine sempre in eccesso, è pressoché assente: l’architettura pietroburghese non consegna a chi la osserva nessuna smania di liberazione, o insostenibili promesse di felicità del domani, o vuoti ticchettii del tempo che scorre; casomai un’energia raccolta, fatta di sussurri e coscienza, vicina forse alla canzone, sicuramente alla preghiera, nel senso più alto – cioè non clericale, tantomeno cattolico – del termine.
La bellezza ha i suoi cento gradini, e allora iniziamo dal primo: essa nutre, certamente, ma nutre solo lo spirito, l’anima, talvolta l’intelletto, non certo lo stomaco. Si sa, è chiaro, ma ripeterlo non fa mai male. Van Gogh sarebbe morto di bellezza senza il fratello Theo, così attento ai suoi bisogni materiali. Altri testimoni sono i milioni di russi costretti nelle periferie, dove non solo la bellezza non è concessa, ma la povertà è dilagante e onnipresente.
“Povertà” è un’altra parola che ha mutato il proprio significato negli ultimi cinquant’anni: in Italia ho amici che fanno gli operai, ma hanno vestiti, da mangiare, il cellulare, un’automobile e talvolta pure un appartamento comprato a rate. Essi si definiscono “poveri”, e giustamente, perché la maggioranza ne ha più di loro. In Russia essere poveri significa essere costretti a spartire un appartamento con altre famiglie e non è raro imbattersi nelle cosiddette communalte, alloggi economici dove, in pochi metri quadri, convivono dieci, quindici persone, talvolta più. Un citofono con decine di tasti appare al di fuori di ogni singolo appartamento ben simile a quello che altrove è dedicato ad un condominio intero: ad ogni nome corrisponde una persona, o una famiglia, e tutte vivono nello stesso appartamento. Immaginatevi tante piccole cellette frigorifere della grandezza di un cassetto che spuntano da un muro, ognuno corrispondente ad una famiglia. Amici russi mi raccontavano che in fondo anche vivere lì non era poi così male: ci si abitua. Certo non è il massimo, ma ci si abitua.

27 December 2006

L’impatto 2/5 [Diario pietroburghese] — manlio casagrande @ 20:12

L'orizzonteLo si potrebbe chiamare il vecchio, quel velo che, come la neve che presto arriverà, si è posato lungo il corso della storia sulle case, sulle persone, sui modi di fare e li ha resi semplicemente russi. Gli edifici, più o meno anneriti, che ospitano decine di appartamenti, sono al di sotto di ogni immaginabile standard europeo e sembrano sul punto di cedere da un momento all’altro; le scale di ogni condominio sono trasandate, talvolta ai limiti della percorribilità, in ossequio alla santa regola secondo la quale “quello che è di tutti è di nessuno”; i giardini dei condomini, dove giocattoli, talvolta arrugginiti, sono richiami alla corsa planetaria – giostre a forma di astronavi, per esempio, con i pianeti e quant’altro – che vigeva negli anni ’60; i negozietti sotto casa, un concentrato di prodotti in una quarantina di metri quadri, dove pagare con la banconota da cinquecento rubli, l’equivalente di quindici Euro, significa mettere in imbarazzo la cassiera che, puntualmente, non ha il resto in cassa; e molto altro.
Naturalmente questo è un mondo a parte, nel quale ci si può imbattere solo a patto di uscire dal tradizionale circuito del turismo. Perché dall’altra parte c’è il nuovo, con le limousine parcheggiate sulla Nevskij, le ragazze sfoggianti le più celebri e costose brand della moda, caffè e ristoranti lussuosi e dal personale rigorosamente English speaking, centri commerciali che vincerebbero – o perderebbero, dipende dal punto di vista – qualsiasi gara sul prezzo. Ed è quel passato, certo infelice ma rinvenibile ad ogni occhiata gettata sui passanti, a fare a pugni con questo presente, riportando a galla quel nodo che si vorrebbe rimosso e che invece è come un limone gocciolante su una ferita aperta: la Russia presente è un paese che nasce dalla sconfitta, la più cocente della sua storia.
GuglieE’ un paese che ha perso la guerra, questo. Non quella militare; ogni sconfitta militare è relativa, perché quantomeno si è coscienti del proprio stato di vittime. Si può attendere guardinghi tempi migliori, si avrà spazio per riproporre la propria cultura: il nemico ti può togliere il sorriso, le scarpe, i libri o la libertà, ma mai le tue idee. Esso è distante, lo puoi vedere, ed è proprio questa distanza la speranza del tuo domani migliore. Ma quando il nemico si incunea furtivo e, penetrando come miele, ti entra nelle vene, lasciandoti vuoto e spento, e orienta il tuo modo di pensare, e con la dolcezza di una troia ti suggerisce tutto ciò che andrai a fare, ipnotizzato da questa voce che ormai è la tua, allora non c’è alcuna speranza di fare opposizione. Ad un certo punto anche la Russia ha ceduto. Ed è forse questo che affascina, è proprio questo il vecchio: il groviglio di contraddizioni che nasce quando un passato, che non ne vuol sapere di finire nel dimenticatoio, collide con un presente fatto di libertà di cartapesta, di diritti solo teorici , di pseudo-aperture culturali. E se altrove, come in Italia, a suo tempo si è combattuto per quella cosa lì, qui il nuovo è arrivato così, di colpo, nello spazio di un attimo; e se qualcuno c’è rimasto male ed ha accusato il colpo, qualcun altro ha continuato a vivere, quasi senza accorgersene.

26 December 2006

L’impatto 1/5 [Diario pietroburghese] — manlio casagrande @ 14:49

La fortezza di Pietro e PaoloSe New York, come scrisse Céline, è una città in piedi, Sanpietroburgo è appollaiata, ed ha riccioli d’oro.
E’ quello che accade quando la maestosità del classicismo europeo si fonde con l’azzardo orientaleggiante, e il tutto anziché stridere si armonizza nella più completa naturalezza. L’impatto con la fredda bellezza nordica è travolgente, e ciò che più colpisce è la magnificenza dell’architettura. In una parola: San Pietroburgo è bellissima.
I monumenti, le cattedrali, i ponti e le strade, i condomini, i palazzi; tutto è immenso, e il colpo d’occhio che dà dal lungofiume sulla Grande Neva regala uno spazio senza confini. Non si può evitare di avvertire una grazia, un respiro, un sapore antico di un’Europa altrove scomparsa che si coniugano brillantemente, senza stridori di sorta, con le chiese dal taglio barocco, dalle guglie protese come ciuffi di cotone. E con le facce delle persone che le riempiono, e con la strascicata e secca musicalità della lingua russa che, pur senza entrare nel rango delle vere lingue asiatiche, è la lingua con la quale mezz’Asia, quotidianamente, comunica.
E’ un esotico addomesticato quello che rimanda San Pietroburgo, e non solo per la strettissima affinità che la lega alla cultura italiana. Non ho mai avuto un particolare attaccamento alla cultura del mio paese, laddove per esempio quella francese, con la sua poesia e la sua letteratura e la sua irraggiungibile chanson d’auteur, a suo tempo, mi incantò; ma avrei in seguito realizzato che se c’è cultura con la quale potrei, se proprio fossi costretto, identificarmi è quella europea rispetto, per esempio, a quelle americana, africana o cinese: e qui a San Pietroburgo ha ben diritto, un europeo, di sentirsi quasi a casa.
Camminare, e perdersi, per un’ora, un’ora e mezza lungo le vie del centro significa imbattersi quasi ed esclusivamente in cose belle. Belle esteticamente, intendo; cose che, quando le guardi, stai meglio. Ti senti quasi a tuo agio, forse protetto, indubbiamente avvolto tra i ponti sospesi sui canali, i giardini e i parchi dei palazzi reali, le innumerevoli punte dorate che svettano ovunque, e quant’altro. Non solo la bruttezza pare non appartenere alle cose di questo mondo, ma è rimasta una patina di polvere, di delusioni, di ruggine che il tempo, e il capitalismo avanzante a vista d’occhio, non potranno che portare via in pochi anni. Qualcuno direbbe che non ci sono già più, che tutto è già troppo cambiato.


(c) 2006-2007 manlio casagrande

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