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25 May 2007

Che cos’è lo Zen [Koan] — manlio casagrande @ 15:21

Il discepolo si reca dal maestro e gli confida che sta per abbandonare il monastero. Non che abbia perso la fiducia; tutt’altro. Egli sente il bisogno di viaggiare, di mettere in pratica ciò che ha imparato negli anni. Viaggerà la Cina, l’India, forse l’Europa e le Americhe; deve vedere ciò che fino ad ora ha solamente visto in se stesso. Il giorno seguente egli se ne va.
Dieci anni dopo fa ritorno al monastero e chiede di rivedere il suo vecchio maestro. Il maestro gli chiede:
“Hai viaggiato per molto tempo. Hai visto popoli, paesaggi, abitudini le più diverse. Hai sentito le lingue più strane, ed ora sei ritornato. Dovresti averlo imparato; dimmi, che cos’è lo Zen?”
Il discepolo si fa pensieroso, poi risponde:
“Quando le nuvole si addensano sulla vetta della montagna, la luce della luna non può riflettersi sull’acqua del lago”.
Il maestro, inorridito, gli volge uno schiaffo.
“E’ una vergogna – afferma – che tutto questo tempo tu l’abbia speso invano”.
Il discepolo, afflitto, scoppia a piangere.
“Ma allora, maestro, dimmi che cos’è lo Zen, dato che io non l’ho capito”.
“Lo Zen è questo: quando le nuvole si addensano sulla vetta della montagna, la luce della luna non può riflettersi sull’acqua del lago”.
Sconvolto da questa risposta, il discepolo esclama:
“Grazie maestro! Mi sono illuminato”.

Posti di fronte all’apparente follia Zen, gli europei tergiversano. Si sarebbe portati a credere che una definizione sia esatta in qualsiasi circostanza. E lo è, nella nostra società. L’informazione è statica; una volta assorbita ci arricchisce. Non funziona così il piano spirituale dell’individuo, quello più vero. Il linguaggio è situazionale, e tra l’affermazione del discepolo e quella del maestro passano anni luce. Il discepolo stesso se ne accorge e, ricevuta la lezione, ringrazia. Le parole sono le stesse: solo quelle. Troppo poco per lo Zen.

Il discepolo non è sincero. Ogni maestro Zen percepisce perfettamente se il proprio interlocutore sta dando voce ad una verità che ha interiorizzato oppure se si sta limitando ad esprimere concetti che non sono suoi. Per sfiorare la saggezza, basta dilettarsi con una manciata di libri. Quante frasi pronte all’uso. E’ sufficiente per stupire, ma non per essere. E’ questo il crimine perpetrato dalla maggior parte della psicologia di stampo occidentale: essa insegna come imparare, ma non come dimenticare. Ed è solo tramite una cosciente dimenticanza che si raggiunge quella cosa Zen che noi chiamiamo naturalezza.

Potrei raccontarvi della vita e della morte, e forse anche dell’amore. Il mio repertorio non è dei peggiori; lo so per certo. Ne ingannerei molti, ne sono sicuro. Ingannerei tutti coloro che non sono in grado di scorgere l’anima dietro le parole. Un maestro Zen potrebbe capire se esattamente provo quello di cui sto parlando solo dal mio respiro. Lo Zen è quando il discorso intellettuale diventa carne; e invece no, le parole si fermano al suono, restano maledettamente distanti dalla nostra anima. Ecco perché, pur conoscendo l’esatta definizione di Zen – definizione che, naturalmente, non esiste – il discepolo non è in grado di pronunciarla. Egli è titubante, o troppo spedito, nel suo parlare. Egli non è la sua definizione. La voce del maestro ha qualcosa in più; ha un’assenza di pensiero, una cosciente dimenticanza, una lieve vibrazione che sono il marchio di fabbrica della verità divenuta corpo.

Le persone assiduamente inseguono il simulacro di se stesse; come farfalle ubriache vanno a caccia di segni di splendore. E non paghe, aspirano ad afferrarli, a carpirli, a ghermirli come se si potessero veramente possedere. E’ pericoloso, pericolosissimo avere un cattivo rapporto con la bellezza.

Il maestro è come la luna; egli riflette i suoi raggi perché li sente specchiarsi su di se. Le nuvole del pensiero si aggrovigliano attorno alla cima; la luce della luna non può passare e riflettersi sullo stagno. Questo è il koan. Luna e stagno sono una cosa sola; essi sono meravigliosi perché stanno in relazione dialettica, si potrebbe dire spirituale, tra di loro; un equilibrio, nient’altro. L’assenza dell’uno danneggerebbe l’altro. O meglio: l’assenza dell’uno creerebbe uno spettacolo di diversa bellezza. Quando le nubi della riflessione si amalgamano sulla serena cima della montagna, la luce dello Zen viene bloccata. Il maestro ha detto questo e, contemporaneamente, lo ha messo in pratica: egli era senza nubi.

Il discepolo capisce e si illumina. Troppa differenza tra i due; non ci si sbaglia. E allora ringrazia e se ne va.

10 May 2007

[Impellenze] — manlio casagrande @ 21:29

La donna e i suoi umori. Vi è sempre della codardia in chi, relazionandosi con essa, – con la donna, intendo – si ferma all’anima.


(c) 2006-2007 manlio casagrande

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