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18 February 2007

“Siddharta” di Hermann Hesse [Recensioni] — manlio casagrande @ 18:39

E’ un’India di plastica quella tratteggiata nel Siddharta di Hermann Hesse. Lo abbiamo capito, e le innumerevoli recensioni rinvenibili in ogni dove non fanno altro che ricordarcelo senza parsimonia. Correndo sul filo dell’esibizionismo, esse sottolineano come il narratore abbia creato una sorta di effetto India – come le foto sapientemente ritoccate dei depliant turistici – che poco si addice alla grande letteratura. 
Eppure Hesse ha intromesso una sfasatura che non può che far riflettere chiunque sia in corso di avvicinamento al pensiero orientale. Siddharta Guatama è un principe che, saturo di una vita colma di agi e di ricchezze, decide di lasciare il proprio palazzo e la propria famiglia. Egli sente la necessità di toccare qualcosa di vero, di sperimentare quello da cui la sua premurosa famiglia lo ha sempre preservato: il dolore. Egli, attraverso quella serie di esperienze che diventerà la sua vita, raggiungerà l’Illuminazione, e verrà perciò chiamato il Buddha, ovvero l’Illuminato. Siddharta Guatama è il principe che diventerà il Buddha.
Nel romanzo il personaggio storico si sdoppia, dando vita a due differenti attori. Se il protagonista è Siddharta, ecco che anche Guatama – il Buddha illuminato e predicante – vi appare. Siddharta è il principe irrequieto e assetato di verità; egli è l’infaticabile ricercatore di assoluto, l’indomito e l’umano abbandonato. Il Buddha, presente solo di sbieco nel romanzo, è il semplice oratore, divulgatore delle verità alle quali ha avuto accesso.
Il Buddha e Siddharta arriveranno addirittura ad incontrarsi. Siddharta, dopo aver riconosciuto l’indubbia superiorità del primo, deciderà di non seguirlo, di non diventare suo discepolo, di non continuare ad ascoltare il suo insegnamento. Ma com’è possibile questa scelta?  Perché Siddharta, pur comprendendo la santità del Buddha, rifiuta di essergli allievo? Da dove nascono il pessimismo, o l’arrendevolezza, o la cieca caparbietà, di un uomo che, di fronte a colui che ha varcato la soglia del dolore per approdare nel tempo dell’infinito, decide di continuare solitario la sua ricerca?
Siddharta – e di riflesso il suo autore Hermann Hesse –  lo ha capito, e lo ha capito bene: non si apprende nulla che non si sia sperimentato sulla propria pelle. Ogni uomo soffre, soffre moltissimo, e non c’è ricerca interiore che possa essere accelerata dal contatto con gli altri. I maestri, come sanno gli orientali, hanno un’unica funzione: mostrare che l’autorità è una menzogna, e che i maestri stessi non esistono. E’ possibile comunicare la scienza, ma non la saggezza. Inoltre: la saggezza, a differenza della cultura, non è per niente collegata alla classe sociale di provenienza. Si prendano persone provenienti dagli strati sociali più diversi: quanti approderanno ad una qualche forma di serenità? 
Siddharta rifiuta il Buddha, o – si potrebbe dire – declina cortesemente il suo invito. Egli va alla caccia del segreto dell’esistenza, e lo fa da solo. Lo fa entrando nel salotto della prostituta Kamala, successivamente passando per il mondo del commerciante Kamaswami, fino ad approdare al tacito insegnamento del barcaiolo Vasudeva.
A differenza di ogni tendenza occidentale, Siddharta comprende che le parole non valgono, o valgono poco. Non c’è da costruirvi altari; un poeta è pur sempre un poeta. Mai parola cambiò veramente un uomo, ritiene il principe, e decide di andare personalmente a caccia di esperienze, di lasciarsi attraversare dall’energia della vita, di toccare con mano il reale, proprio mentre la comunità di discepoli, inginocchiati e solidali, segue scrupolosamente l’insegnamento del Buddha.
I maestri Zen lo ripetono all’ossessione. Chiunque si avvicini a qualsiasi forma di pensiero orientale non fa che mantenere il proprio modo di ragionare applicandolo semplicemente ad un oggetto diverso. Ma lo Zen è la religione della non religione; invece, quello che prima si vedeva in Dio, nel partito politico, nel divo dello spettacolo, nell’uomo di successo, nell’artista impegnato lo si sposta, attraverso una riuscita opera di sublimazione, e lo si proietta nel nuovo oggetto: il Buddha piuttosto che lo Zen o checchessia. Ma lo Zen è rottura e armonia, è silenzio ed implosione. Lo Zen è, come recita quel famoso koan, il suono prodotto da una mano sola.
Liberarsi dalle dottrine. O ancora: librarsi da qualsiasi maestro. Lo Zen è una fuga dall’interpretazione senza il qualunquismo dell’uomo della strada. In piena sintonia con quel motto orientale, secondo il quale se vedi il Buddha camminare per strada, e ti accerti che sia proprio lui, e ne sei intensamente convinto perché egli ti tocca con la mente, non ti resta altro da fare: uccidilo.

1 Comment »

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  1. Buddha bless you!

    Comment by buddha pendant — 16 June 2009 @ 4:45

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