Nel duemilacinque mi sono laureato con una tesi dal titolo Gaber, e il pensiero lieve. Riletta oggi – ovvero a non molto di distanza – mi rendo conto di come si tratti di un pugno di scritti giovanili, niente più. Analizzai il teatro-canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini focalizzando la mia attenzione sul turbolento periodo del post-sessantotto. Eppure una cosa salverei. Appoggiandomi a quel teatro anti-estetico sollevai quelle che considero le tematiche-chiave: non è possibile risolvere nemmeno uno dei propri nodi esistenziali senza prima fare i conti con la vertigine dell’abisso. Paul Valéry scriveva:
Gli americani hanno inventato la leggerezza, ma si sono fermati a quella della piuma. Gli europei dalla leggerezza non sono mai stati sfiorati: come pietre, si inabissano. Affondano sempre, gli europei. La levità dell’uccello, che conosce la propria traiettoria ma conserva la grazia del movimento, non sembra appartenere alle cose di questa terra. A metà degli anni ‘70 Gaber e Luporini hanno focalizzato questa orientata incoscienza chiamandola “la strada”: questo è esistenzialmente il punto più della loro opera.
Pensate a quello che forse è il più grande genio del ‘900, Sigmund Freud. Non c’è riga che non odori di morte. E’ un’esperienza superiore confrontarsi con lui; ma, state tranquilli, non vi salverete. Freud era un condannato, e la stessa scure albeggia sulle teste dei suoi lettori.
L’Europa ha rabbiosamente scoperto l’inconscio. Lo ha prima guardato con sospetto, poi anatomizzato con perizia, in seguito ha provato a scalzarlo con un colpo di coda. Infine, si è arenata. L’Europa è un vecchio moribondo che da anni vomita sangue rimuginando mattoni filosofici che la Storia ha svelato inconsistenti come nebbia. Non ha saputo fronteggiare la condanna alla lucidità che la scoperta del “sottosuolo” comporta. L’impressione è che, tra migliaia di autori che si esibiscono in virtuosismi linguistici e acrobazie intellettuali, non ve ne sia mezzo a cui affidare le chiavi della propria anima in pena. […]


