Scrivere una riga dovrebbe essere come appiccare un incendio. Se un libro non ha la forza di un piccone che ti punta in mezzo agli occhi, non è un buon libro. Quando di una bomba a mano intessuta di parole non rimane che lo stile, quella è letteratura. Aria. Ognuno dovrebbe azzerarsi con la mezzanotte, e dimenticare tutto lo scritto della sera precedente; degli anni precedenti. Di sempre. E’ la prima riga quella che inganna, e la coerenza. E’ impossibile essere coerenti con se stessi e al tempo stesso col flusso della vita. Non solo il linguaggio è fascista, lo è anche il passato. Migliaia di corsi per imparare a ricordare meglio, non uno dove insegnino a dimenticare. Vorrei alzarmi la mattina e poter vedere con occhi nuovi il mondo che mi circonda; solo allora sarei veramente creativo. Invece la mia creatività non è che un punto di contatto con migliaia di occhi ciechi, impastati di teorie e di passato e di pochezza come i miei. Occhi che non hanno bisogno del mondo, perché lo sanno a memoria. La mia esperienza mi insegna che l’esperienza non insegna; più la si ha e meno si conosce. Osservare significa dimenticare il conosciuto, e riappropriarsi del proprio sguardo defraudato, come fosse il primo che diamo alla stanza che ogni giorno frequentiamo. Esperienza – in ultimo luogo – significa avere paura di morire. Incatenare l’ondata dell’esistenza al sollievo della staticità, la fissità è il confine che ci conforta. Il vortice della mia stanza vuota lentamente svanisce, fino a scomparire. Il mio cuore rallenta il battito; la vertigine si risolve presto; la routine riprende il suo corso. Quel paio di boccate di nulla mi avevano spaventato. Ora, quell’ingorgo di sentimenti, l’ho intessuto di esperienza; conosco. Conosco la mia stanza, la colmo di quadri, scaffali, fotografie. Il vuoto scivola dietro gli orpelli. Rincomincio a vivere; così mi sento a mio agio. Adesso me la coccolo, l’esperienza, il dolce alibi di ogni codardo.


