Non è certo infrequente che vengano confusi l’approccio dialettico, con la sua perpetua carica de-reificante e anti-istituzionale, e il più tondo, e italiano, qualunquismo. Se il primo si rivela come il tentativo di introdurre un movimento del pensiero al di sotto di ogni oggettivazione, caldeggiando una perenne ricerca di senso, il secondo annusa furtivamente il vento per salire con prontezza sul carro della maggioranza.
La stessa sorte è toccata anche a quella petite philosophie che pervade tutta l’opera di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, rappresentata da quegli spettacoli teatrali che, in virtù dell’alternanza di monologhi e canzoni, avrebbero in seguito preso il nome di “teatro-canzone”.
Ma che cos’è, esattamente, il teatro-canzone e per quale motivo esso ha assunto una connotazione particolare negli anni ’70? E com’è possibile scavare un filo diretto tra l’epoca attuale, la nostra società dell’incertezza, “liquida” e tachicratica, dominata dall’“uomo flessibile” e dalla volgarità televisiva, e l’epoca sessantottina caratterizzata dallo slancio utopistico, dalla goliardia dissenziente e rivoluzionaria, dalle grandi aggregazioni collettive? Quali analogie si possono istituire tra i bisogni della “meglio gioventù” che affollava i teatri, e che ha rappresentato l’interlocutore per eccellenza del teatro di Gaber negli anni ’70, e l’uomo di oggi, appiattito dalla consapevolezza anestetizzante del “si può”? Come fare del teatro-canzone un oggetto di discorso veramente attuale, prescindendo da quell’“intenso rimpianto” che compare ogni volta che la mente ci proietta agli anni formidabili della giovinezza o ad una presunta età dell’oro?
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In un monologo della metà degli anni ’70 Gaber, dopo aver pronunciato la frase: “nudi sì, ma contro la DC”, tra gli applausi scroscianti del pubblico compiaciuto, corregge il tiro dicendo: “come se non fosse già abbastanza innocuo prendersela con Fanfani, uno quando lo dice deve essere anche nudo come un cretino”.
Rifiutando la lente deformante, autoritaria e confortevole dell’ideologia per mettere l’individuo di fronte allo specchio, il teatro-canzone degli anni ‘70 presenta svariate affinità con il concetto di “dramma sociale”. Il tratto distintivo del dramma sociale è infatti sollevare le contraddizioni solitamente taciute, evidenziare gli antagonismi nascosti, dare voce alle tensioni interne per alimentare quel movimento concettuale che sovente viene perduto laddove prevale un’interpretazione totalizzante e ideologica della realtà.
Con il teatro-canzone, come con qualsiasi dramma sociale, emerge l’antistruttura, ovvero quella componente dissacrante e vitale che, portatrice di disordine e di caos, rappresenta la principale fonte di creatività. Essa svela gli strati sottocutanei della struttura sociale, attiva le opposizioni classificatorie, acuisce le modalità agonistiche, apre uno squarcio sulla fantasia che le solide routine quotidiane tendono puntualmente ad offuscare. Victor Turner sottolinea abilmente come caos e disordine, lungi dall’essere elementi negativi, com’è consuetudine nella nostra società occidentale assuefatta all’ordine tecnologico, possano invece essere fonte di positività. Uno spettacolo come Anche per oggi non si vola, come si vedrà, sembra suggerire che l’importante è prepararsi ad accogliere il cambiamento e l’antistruttura, e che l’interpretazione totalizzante e cattedratica è solo il prodotto di un’impreparazione esistenziale.
Antistruttura e liminalità sono i due concetti cardine del dramma sociale. La liminalità è il momento di passaggio, una situazione bianca dove il soggetto non ha più i connotati della precedente situazione sociale ma non ha ancora acquisito quelli della nuova: si trova “tra”, ed è proprio questa “danza al congiuntivo” che fa brillare l’ingegno e che spinge all’inventiva.
Le certezze scricchiolano perché il dramma sociale mischia le carte, fa venir meno i punti fermi, sconvolge le sicurezze, avvicinando così l’uomo alla proprio nudità esistenziale. Perché non vi è niente di più pericoloso di un uomo libero, in grado di mettere in discussione i comportamenti istituzionalizzati. Nella quotidianità ogni gesto è minuziosamente ritualizzato, l’uomo è vestito da una trama di tipizzazioni, e la libertà è tale a patta di scegliere l’unica soluzione socialmente consentita. Non è un caso che Gaber aprisse uno spettacolo dicendo: “Voi non vi aspettereste mai, per esempio, che io adesso buttassi una bomba in platea. Infatti non la butto”.
Il teatro-canzone nella sua forma di dramma sociale è stato un costante lavoro di scavo del rimosso, cioè teso a portare alla luce ciò che si vorrebbe dimenticato perché contraddittorio, ambiguo o contrastante rispetto alla limpidezza del discorso intellettuale. Ma il limite di ogni discorso intellettuale, così come della maggior parte delle impostazioni filosofiche, è che esso si sgancia dal corpo per approdare leggero nel campo dell’astrazione. La levità descritta da Gaber e Luporini è invece tutt’altra cosa, in quanto fa sistematicamente i conti con la falsa dicotomia tra mente e corpo, non privilegiando la prima a discapito del secondo, ma ricercando una condizione di equilibrio e di sincerità tra i due. Ogni scavo del rimosso presuppone quindi un atto di coraggio più un’accettazione: se il primo è necessario per non allontanarsi intimoriti di fronte alla sfera corporale dell’uomo, la seconda è fondamentale per poterne parlare serenamente.
L’effetto prodotto dal dramma sociale è la creazione di una communitas, ovvero un insieme di individui livellati che non vengono più classificati sulla base di attributi esteriori o oggettivazioni, ma che sono socialmente uguali. Con la realizzazione del falso paradosso secondo il quale è proprio rinunciando alle differenze sociali che si ottiene la massima diversità sul piano individuale.
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27 February 2007
Introduzione 1/3
26 February 2007
XIII.
Ogni scrittore dovrebbe, almeno una volta nella vita, arrivare a scrivere una pagina completamente bianca. Essere nudo, senz’arte né volto. Crescere, crescere veramente. Solo allora la scrittura lascerebbe le spoglie di terapia pubblica per diventare il naturale grido di un’anima adulta.
24 February 2007
Moscow
23 February 2007
The Butcher di L. Cohen
I l m a c e l l a i o
Mi avvicinai ad un macellaio
Stava squartando un agnello
Lo accusai proprio lì
Col suo agnello torturato.
“Ascoltami, ragazzo – mi disse –
Io sono ciò che sono
E tu, tu sei il mio unico figlio”.
Trovai un ago d’argento
Me lo infilai nel braccio.
Mi diede del sollievo,
Mi diede del dolore,
Ma le notti così fredde
E quasi mi tenne caldo
Come mai la notte è senza fine?
Vidi dei fiori crescere
Lì, dove l’agnello cadde
Avrei forse dovuto lodare il Signore?
Emettere una specie di suono giocoso?
Egli disse: “Ascoltami, ora ascoltami
Io vago e vago e meta non ho
E tu, tu sei il mio unico figlio”.
Non lasciarmi ora,
No, non lasciarmi,
Una recente caduta
Mi ha fatto a pezzi
Sangue sul mio corpo
E ghiaccio nell’anima.
Vai avanti, figliolo,
E’ il tuo mondo.
21 February 2007
XII.
E’ tutto un gioco. Che cosa so, io, veramente? Mi guardo allo specchio. Lampante: nulla, non so nulla. Introspettivamente si dubita; e non è il dubbio egocentrico e pretenzioso del filosofo. “So di non sapere”: perché non te ne stai zitto, allora? E’ il dubbio esistenziale, del perdutamente affogante. Non sai nemmeno dove rivolgere gli occhi. Poi accade l’incredibile: incontri una persona. E allora gli parli di tutto: dei progetti per il futuro, del presente programmato, delle relazioni affettive, delle passioni coltivate per decenni, e così via. Inchinato al sacro altare del Senso. Crei fondamenta all’esistenza, e le crei nell’unico modo possibile: a posteriori. E’ afferrare il gatto per la coda. Lo diceva anche Pascal. Se non credi in Dio, non scoraggiarti: inizia a pregare e la fede presto arriverà. Come l’improvviso battito del ventaglio della sgualdrina affacciata al parapetto. Il gioco, così svelato.
18 February 2007
“Siddharta” di Hermann Hesse
E’ un’India di plastica quella tratteggiata nel Siddharta di Hermann Hesse. Lo abbiamo capito, e le innumerevoli recensioni rinvenibili in ogni dove non fanno altro che ricordarcelo senza parsimonia. Correndo sul filo dell’esibizionismo, esse sottolineano come il narratore abbia creato una sorta di effetto India – come le foto sapientemente ritoccate dei depliant turistici – che poco si addice alla grande letteratura.
Eppure Hesse ha intromesso una sfasatura che non può che far riflettere chiunque sia in corso di avvicinamento al pensiero orientale. Siddharta Guatama è un principe che, saturo di una vita colma di agi e di ricchezze, decide di lasciare il proprio palazzo e la propria famiglia. Egli sente la necessità di toccare qualcosa di vero, di sperimentare quello da cui la sua premurosa famiglia lo ha sempre preservato: il dolore. Egli, attraverso quella serie di esperienze che diventerà la sua vita, raggiungerà l’Illuminazione, e verrà perciò chiamato il Buddha, ovvero l’Illuminato. Siddharta Guatama è il principe che diventerà il Buddha.
Nel romanzo il personaggio storico si sdoppia, dando vita a due differenti attori. Se il protagonista è Siddharta, ecco che anche Guatama – il Buddha illuminato e predicante – vi appare. Siddharta è il principe irrequieto e assetato di verità; egli è l’infaticabile ricercatore di assoluto, l’indomito e l’umano abbandonato. Il Buddha, presente solo di sbieco nel romanzo, è il semplice oratore, divulgatore delle verità alle quali ha avuto accesso.
Il Buddha e Siddharta arriveranno addirittura ad incontrarsi. Siddharta, dopo aver riconosciuto l’indubbia superiorità del primo, deciderà di non seguirlo, di non diventare suo discepolo, di non continuare ad ascoltare il suo insegnamento. Ma com’è possibile questa scelta? Perché Siddharta, pur comprendendo la santità del Buddha, rifiuta di essergli allievo? Da dove nascono il pessimismo, o l’arrendevolezza, o la cieca caparbietà, di un uomo che, di fronte a colui che ha varcato la soglia del dolore per approdare nel tempo dell’infinito, decide di continuare solitario la sua ricerca?
Siddharta – e di riflesso il suo autore Hermann Hesse – lo ha capito, e lo ha capito bene: non si apprende nulla che non si sia sperimentato sulla propria pelle. Ogni uomo soffre, soffre moltissimo, e non c’è ricerca interiore che possa essere accelerata dal contatto con gli altri. I maestri, come sanno gli orientali, hanno un’unica funzione: mostrare che l’autorità è una menzogna, e che i maestri stessi non esistono. E’ possibile comunicare la scienza, ma non la saggezza. Inoltre: la saggezza, a differenza della cultura, non è per niente collegata alla classe sociale di provenienza. Si prendano persone provenienti dagli strati sociali più diversi: quanti approderanno ad una qualche forma di serenità?
Siddharta rifiuta il Buddha, o – si potrebbe dire – declina cortesemente il suo invito. Egli va alla caccia del segreto dell’esistenza, e lo fa da solo. Lo fa entrando nel salotto della prostituta Kamala, successivamente passando per il mondo del commerciante Kamaswami, fino ad approdare al tacito insegnamento del barcaiolo Vasudeva.
A differenza di ogni tendenza occidentale, Siddharta comprende che le parole non valgono, o valgono poco. Non c’è da costruirvi altari; un poeta è pur sempre un poeta. Mai parola cambiò veramente un uomo, ritiene il principe, e decide di andare personalmente a caccia di esperienze, di lasciarsi attraversare dall’energia della vita, di toccare con mano il reale, proprio mentre la comunità di discepoli, inginocchiati e solidali, segue scrupolosamente l’insegnamento del Buddha.
I maestri Zen lo ripetono all’ossessione. Chiunque si avvicini a qualsiasi forma di pensiero orientale non fa che mantenere il proprio modo di ragionare applicandolo semplicemente ad un oggetto diverso. Ma lo Zen è la religione della non religione; invece, quello che prima si vedeva in Dio, nel partito politico, nel divo dello spettacolo, nell’uomo di successo, nell’artista impegnato lo si sposta, attraverso una riuscita opera di sublimazione, e lo si proietta nel nuovo oggetto: il Buddha piuttosto che lo Zen o checchessia. Ma lo Zen è rottura e armonia, è silenzio ed implosione. Lo Zen è, come recita quel famoso koan, il suono prodotto da una mano sola.
Liberarsi dalle dottrine. O ancora: librarsi da qualsiasi maestro. Lo Zen è una fuga dall’interpretazione senza il qualunquismo dell’uomo della strada. In piena sintonia con quel motto orientale, secondo il quale se vedi il Buddha camminare per strada, e ti accerti che sia proprio lui, e ne sei intensamente convinto perché egli ti tocca con la mente, non ti resta altro da fare: uccidilo.
17 February 2007
Esistere – scusate – è roba da leoni.
16 February 2007
Dazzles
15 February 2007
XI.
Gli ebrei, errabondi e dispersi, sono i piegati per eccellenza. A ragione si ergono quali rappresentanti di una discesa negli inferi che ha origini nobilissime. La loro sconfitta è già un modello: il loro motivo di riscatto. Ma la nostra ci è piovuta addosso, divorandoci senza toccarci, ammutolendoci al sol contatto, ingabbiandoci come fa il sole. I vincenti hanno sempre torto, anche quando hanno ragione. Come non invidiarli, gli ebrei, e capire con loro che l’unica salvezza è andare al fondo delle cose, da qualunque parte esse portino?
13 February 2007
2.2 Antefazione (2007)
Carl Gustav Carus affermava: “Se si potesse insegnare la geografia al piccione viaggiatore, il suo volo incosciente, che va dritto alla meta, diventerebbe d’un tratto impossibile”. L’Europa è un piccione che non ha retto il colpo con la geografia delle proprie emozioni, che lentamente ha preso forma con le rivoluzioni scientifiche e artistiche degli ultimi due secoli. La tecnologia ha impresso una velocità incontrollabile alla vita quotidiana, e l’ordine e la serenità che prima regnavano sono d’un tratto venute meno: l’abisso è apparso tra le crepe di una civiltà che da secoli, se non millenni, lavorava in direzione del senso, dell’ordine, della disciplina. Per la prima volta nella storia l’uomo ha guardato veramente dentro se stesso.
Ogni sguardo in avanti è sempre – pasolinianamente – progresso, anche quando le conclusioni cui giunge sembrano inevitabilmente tragiche. Man mano che lavoravo alla tesi mi si sono presentate con chiarezza le domande a cui avrei dovuto rispondere. Dovevo non perché accademicamente mi fosse imposto; se avessi accettato quello schema avrei scelto un argomento di tesi serio, uno di quelli che a priori ti regala la stima della gente. Mi era imposto spiritualmente; ed è spirituale tutto ciò che, andando al di là di te stesso, ti migliora in quanto persona.
Questioni come rami sollevati dal vento. Come attuare una rivoluzione permanente, che raccolga in sé la freschezza del movimento senza sfociare nei paludosi labirinti del pensiero statico. Come accettare il non-senso, superando la paura del buio. Come integrare il politico e il privato, armoniosamente. Come appoggiare la tazza di tè appena bevuto. Perché appoggiarla. E’ impossibile comprendere l’abisso senza percepire l’armonia di una tazza di tè sistemata con cura. Come soffrire per “i grandi temi del mondo”, come la Cambogia o il Vietnam, senza essere in grado di versare una lacrima per un amico che sta male?
La Storia è al capolinea, lo sappiamo. La disintegrazione post-moderna ci ha sbattuto fuori dal tempo: siamo esseri privi di temporalità. Lo guardiamo passare, il tempo, come le rivoluzioni e le farfalle, ma non incide più la nostra pelle come accadeva in passato. Ecco affacciarsi la strada. Tra le pieghe della Storia è sbocciato il Grande Dono, quanto di più inaspettato vi potesse essere. L’uomo moderno non ha più alibi, è costretto a guardare perennemente dentro di sé. La strada è quell’equilibrio, quel danzare tra le parole e il gesto che va oltre il tempo, e alle rivoluzioni e alle farfalle, per poi tornare a riappropriarsi, in un sol colpo, di tutte e tre. La strada è tempo, farfalla e rivoluzione. Non si può più giocare con le parole, e far finta che siano realtà. L’epoca della letteratura è finalmente tramontata.















