Se con l’ossessione della morte l’uomo vive a stento, senza di essa sarebbe completamente spacciato. La morte è il limite per eccellenza; ella lo rassicura, ed egli si fa coccolare compiaciuto. Prendete un uomo normale; dategli cinque castelli, dieci principesse e un forziere illimitato; dopo il primo attimo di euforia, sprofonderà nella più cieca depressione. Quando non devi più lottare per guadagnarti il pane, hai la condanna della lucidità che pesa su ogni mossa che andrai a fare. Sei tu e tu; tutto il resto è companatico. Essere di fronte a se stessi, così; si scorgono squarci di infinito da far venire il vomito. La morte è il privilegio che l’occidentale incompleto dedica a se stesso. La morte è un prodotto dell’occidente; toglietela e il tempo si fermerà. E invece no; come un ubriaco incapace di stare in equilibrio, egli insegue la propria linea immaginaria oscillando scompostamente al di qua o al di là della vita e della morte. E’ una catena; si finisce lì, in quella gabbia senza sbarre popolata di fantasmi di io incapaci di tastare la propria consistenza. Fuori però c’è gente che svolazza; un paio di volte li ho pure visti. Sì, con i miei occhi, li ho visti. No, non di più; ma un paio di volte li ho visti, leggeri più dell’aria, e ti dico che eran proprio loro, erano.


