Ricordo un aneddoto raccontato dal poeta canadese L. Cohen. Egli proviene da una delle più classiche “facoltose famiglie ebree”, e un giorno si soffermò sul tema della religiosità vissuta da bambino. Religiosità intesa non come appartenenza ad un gruppo costituito, ma come rapporto dell’individuo con se stesso. Quando era piccolo – raccontava Cohen – poteva percepire con forza la presenza di Dio; una presenza inspiegabile, certo, ma tuttavia chiara, lampante. In qualunque forma si manifestasse, Dio c’era.
Ma una cosa mi colpì profondamente. Egli disse che, nonostante la sua famiglia fosse religiosa, mai – “mai, e dico mai…” – una volta sentì pronunciare il nome di Dio. Dio c’era, era presente, era qualcosa che si poteva respirare nell’aria, percepire durante la preghiera, abbracciare col silenzio; proprio per questo Egli non poteva essere qualcosa di affine al linguaggio, era palesemente al di là di qualsiasi tentativo di definizione.
Guardo il fiume che scorre; è bellissimo. Una zattera mi si avvicina, vuota. Metto un piede, poi l’altro, ci sono sopra. Inizio a remare e, cullato dalle onde, approdo dall’altra parte della riva. Sono di là, scendo.
La religione, anzi ogni religione, si comporta come quella zattera: essa è un mezzo per approdare dall’altra parte del fiume. Ma, nell’istante stesso in cui raggiungiamo l’altra sponda, di quella zattera dobbiamo sbarazzarcene. Essa ha esaurito la sua funzione; non ci serve più. Sarebbe pericolosissimo continuare a remare; la religione è un mezzo. Dirò di più: qualsiasi vera religione è – nel suo profondo – una non-religione. E’ un percorso solitario verso la luce, e nient’altro. L’altra sponda è il paradossale epilogo di un cammino spirituale. “Paradossale”, certo, se lo consideriamo con gli strumenti della logica moderna; zattere anch’essi, inutili unguenti, orpelli arrugginiti, roba vecchia, insomma, che neanche il rigattiere ci tiene più.


