Un maestro Zen chiese ad un suo discepolo di pulire il giardino del monastero. Il discepolo pulì il giardino con la massima cura; non v’era fogliolina che non fosse stata raccolta. Il maestro, alla visione del giardino, andò su tutte le furie e rispedì il discepolo a pulire il giardino per la seconda volta. Egli si sforzò di raccogliere anche le più microscopiche impurità. Tutto era in ordine. Il maestro ebbe la stessa reazione, una terza ed una quarta volta.
Allora il discepolo lamentò:
“Maestro, è da ore che pulisco e ripulisco il giardino. Non v’è più nulla in disordine”.
“Manca una cosa” disse il maestro.
Entrò, si avvicinò al ciliegio posto al centro del giardino, lo scrollò e alcune foglie si staccarono dai rami per depositarsi lievemente a terra.
“Ora il giardino è perfetto” concluse.
Il vero ordine, quello perfetto, esiste solo se accompagnato al disordine. L’ordine totale uccide la bellezza del giardino. Il desiderio di avere il processo della bellezza sotto controllo produce un volgare imperialismo della coscienza. Il lato ombroso, lunare, marino va lasciato libero di completare, con la sua sfumatura, quell’ordine necessario e programmato che possiamo calcolare. L’informazione è necessaria, ma è pure necessario compiere un salto esistenziale, che porta all’accettazione dell’oscurità. Alla necessità dell’oscurità. Chi rifiuta in toto il disordine, sembra indicarci quel maestro Zen, rifiuta in toto la vita. “Il disordine è l’ordine meno il potere” cantava uno dei miei maestri d’inconscio. Non si ama il sole se non si ama la pioggia. Sesso e morte sono la stessa cosa: non è possibile accettare veramente l’uno se non si accetta prima l’altro. La vita di Cristo incomincia con il dogma dell’immacolata concezione e si chiude con la sua resurrezione: da un lato vi è un occultamento dell’atto sessuale, dall’altro un occultamento della morte. La Chiesa Cattolica, come ogni totalitarismo, esige l’ordine totale. Ma esso, oltre ad uccidere la vita, è funzionale ad un unico scopo: il controllo sulle persone. Niente di più lontano dalla felicità. Non v’è dittatore le cui pulsioni non lo portino ad un’insostenibile esigenza di igiene globale. Egli è un giardino senza le foglie sparse dal maestro. Un’accozzaglia di prevedibili geometrie e sincronismi, la cui aridità non potrà che seccare i rami carichi del ciliegio. Il quale, nonostante sia stato detto, non è al centro del giardino, ma da qualche altra parte.


