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5 January 2007

La pratica del koan [Koan] — manlio casagrande @ 11:11

Solitudine. Le voci del mare.Il koan è un enigma, un espediente, un pugno di oscurità che il maestro lancia in faccia al discepolo al fine di condurlo all’illuminazione. In occidente si è fermi al dilemma dell’uovo e della gallina: “chi è nato prima?”. Con una scrollata di spalle l’occidentale lo accantona e si convince dell’insolubilità del problema. Ed ha ragione: egli ragiona solo con l’intelletto, ogni possibilità di scioglimento dell’enigma gli è quindi preclusa. L’intelletto, la tecnica, i numeri come utilissimi strumenti, ma niente più, sembrano suggerirci da altrove: la vita vera si muove ad un’altra altezza di verità.
La distinzione tra arte e scienza è una menzogna della civiltà contemporanea, uno stabilizzante quanto maldestro tentativo di separare i due aspetti primordiali dell’essere umano. Si crede che il poeta sia l’emblema della creatività e lo scienziato quello della precisione, inseguendo chissà quali esigenze di ordine e disciplina. Perché poi si scopre come moltissimi matematici – fra i quali il famoso Gauss – avessero il risultato in testa prima di arrivarci tecnicamente. Sapevano già la soluzione e, a ritroso, hanno creato quell’impalcatura che diverrà poi la formulazione teorica. Lo stesso vale per un considerevole numero di studiosi i cui nomi sono legati ad altrettante grandiose scoperte scientifiche. Lo stesso procedimento filosofico classico è di estrema importanza per chi approccia la materia, ma non per chi la crea. Anche il più artigiano dei grandi filosofi è stato colpito da un inspiegabile colpo di genio.
Il koan è il tentativo unificatore per eccellenza, un modo per riconciliare l’intelletto all’intuizione, un artificio affinché le parole assumano quella realtà perduta, ritornino finalmente ad essere carne, azione, sentire. Comprensione non significa intendimento intellettuale o ritenzione mnemonica; significa comprensione del corpo. Una volta risolto un koan esso finirà per cambiare il mio atteggiamento e mi sarà impossibile dimenticarlo. La risoluzione è quindi profondamente personale e non può essere demandata a nessuno. Ecco perché possedere la soluzione non aiuta; non è un’esibizione tecnica o un virtuosismo cerebrale. Sei tu e tu, fino a quando ti accorgi che questi due “tu” non sono mai esistiti. E allora ti guardi attorno, ma non li vedi, non li vedi più.
Questa sezione è quindi dedicata a quel frammento di me stesso che stenta a chiudere gli occhi.


(c) 2006-2007 manlio casagrande

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