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4 January 2007

L’imperialismo del linguaggio [Taccuino] — manlio casagrande @ 11:42

Si dice che chi parla due lingue vive due vite. E’ una brutale semplificazione. Si dovrebbe piuttosto dire: chi parla una sola lingua vive mezza vita. La lingua è fascista, diceva Barthes. E’ un guardiano esigente; raramente si riesce a sfuggirle. Il poeta illuminato le sfugge, poiché da essa si lascia trasportare. Cercare una cosa è il modo peggiore per arrivare a raggiungerla.
Ma non avere parola è indubbiamente meglio che fermarsi ad una lingua; quantomeno si sviluppa un’inverosimile capacità ricettiva degli stimoli. Non c’è, come negli uomini, uno schema di parole atto ad interpretare la realtà. Deve procedere il corpo, ed esso ha una freschezza che qualsiasi schematizzazione è destinata a perdere. La lingua procede naturalmente verso la staticità: stagnazione e stanchezza sono l’esito al quale essa rimanda. Il senza-lingua, questo clochard eternamente consegnato alla velocità di una realtà inconciliabile, è al di fuori di ogni gerarchia, non si appoggia costantemente al passato, assapora il presente come unica dimensione possibile. Egli sì che vive una vita nella sua interezza. Che dire del cane scodinzolante e festoso che divora gli avanzi a dispetto delle facce tristi di coloro che hanno pranzato?

D’altro canto chi si confronta con più di una lingua percepisce il movimento dialettico che si instaura tra differenti modi di dare forma alla realtà. La lingua non è solo un ammasso di parole, ma è un insieme di meccanismi in continua tensione tra loro. E’ bello parlare una lingua che non sia la propria. Sento che devo scrivere in italiano; ma parlare, che senso avrebbe? L’esigenza di ricostruire il presente con altre strutture linguistiche obbliga ad una stimolante – e sempre viva – semplificazione. Si è costretti ad arrivare al dunque, senza gironzolare troppo. Perché se è piacevole perdersi per vie traverse, ciononostante resta uno sforzo inutile e pericoloso. Si rischia di perdere quella distanza che sola ci permette di levare anziché mettere. L’armonia nasce dal gesto perfetto, leggero. Non riesco ad evitare di scorgere un’ostentazione di morte dietro alla pesantezza di un edificio mal progettato. Solo le montagne conservano pesantezza e serenità allo stesso tempo. Ma loro sono un miracolo – sono il modello spirituale che ogni architetto dovrebbe avere in testa –, mica roba per noi. Insomma: chi parla più di una lingua può tranquillamente giurare che non si vivono due o tre o quattro vite. Se ne vive una, e non è poi male coi tempi che corrono.


(c) 2006-2007 manlio casagrande

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