Il francese non accetta la sconfitta; non perché non la comprende: egli non l’accetta esteticamente. Il tedesco non sa di avere perso, o proprio non ci arriva.
Il giapponese è l’effetto del proprio complesso di inferiorità, la caricatura di un se stesso naufragato dagli esiti della bomba: arzillo vuoto.
Il russo è troppo chiuso, si direbbe ermetico, per vergognarsene apertamente; lo sa, lo sa tutto, lo sa a memoria, ma l’effetto è un’implosione fredda e asciutta, sorda.
L’italiano è sempre all’erta, pronto a salvare capra e cavoli. Dello spagnolo non so molto, e non mi interessa.
L’americano, come tutti i vincitori, è mediocre, superficiale.
La profondità è un prodotto del tempo o della sconfitta, che in fondo sono la stessa cosa. Non si può essere interessanti senza conoscere la malattia, il disagio, l’espressione.
Altri, un po’ più ad est, se la stanno giocando.


