31 January 2007
Just Saint Petersburg 3/3
30 January 2007
Il Buddha di legno
E’ inverno. Un monaco decide di far visita ad un amico che abita in una piccola casupola di legno ai confini di una vallata. Fa freddo, e l’amico ha terminato la legna da ardere. Egli si alza, prende una grande scultura raffigurante il Buddha, e proprio mentre sta per gettarla nel fuoco viene sorpreso dal monaco che esclama:
“Ma cosa fai? Mica butterai il Buddha nel fuoco?”
“Il Buddha? E quale?” ribatte stupito l’amico.
E, sorridendo, continua: “Ah, la statua del Buddha”. E la getta nel fuoco, come fosse legna da ardere.
E’ una storiella più che un koan. Il significato è limpido, e non meriterebbe ulteriori aggiunte. La pace è un fatto personale; qualsiasi rappresentazione del Buddha non è altro che una rappresentazione. Strano che l’abbia pensato Magritte, ma mi piacerebbe poter leggere in calce ad ogni raffigurazione buddhista una targhetta con su scritto: “Ce n’est pas un Buddha”. Il vero Buddha – e con Buddha intendiamo un momento di suprema serenità spirituale – è in ognuno di noi. Qualsiasi tentativo compiamo per spostarlo al di fuori (attraverso la glorificazione di un oggetto, l’adempimento ad una dottrina, la partecipazione ad un cerimoniale) è lo specchio della nostra debolezza. Non abbiamo coraggio sufficiente per accettare la vita, per viverla a trecentosessanta gradi. Essa è hic et nunc, e scorre, e lo fa sotto i nostri occhi, e dovremmo esserci dentro, non limitarci ad osservarla.
E’ una storiella piacevole, questa, ma ha una venatura di banalità. Il Buddhismo è sempre stato molto severo con chiunque abbia tentato di fossilizzarlo, stereotiparlo, ancorarlo a simboli e immagini definitive. Essa sarebbe molto più incisiva se trasferita in un contesto a noi più familiare.
Nevica sulle Alpi già da settimane. Il curato della parrocchia decide di andare a far visita ad un amico che non vede da molto tempo. Faceva il falegname – ora, chi lo sa… – ed abita proprio sulla cima della montagna. Dopo ore di cammino il curato raggiunge la baita dell’amico. I due si abbracciano e, davanti ad un bicchiere di buon vino, si raccontano del tempo passato. Erano in collegio insieme; la passione per la letteratura francese, e quel poeta di Genova, i classici latini, la filosofia; e poi, ne ridono sempre al sol pensiero, quella maestra isterica che non la finiva mai di urlare. Ad un tratto la legna finisce, il fuoco minaccia di spegnersi. L’amico si alza, prende un enorme crocifisso in legno e si avvicina al camino. Il prete, allarmato, lo interrompe:
“Ma che fai? Bruci il nostro Cristo?”
Egli risponde: “Quale? Io, Cristo, me lo porto in cuore”.
Il curato sorride, guardando la legna ardere per ore e ore e ore.
28 January 2007
VIII.
Non riesco a non associare la brevità a qualcosa di tremendamente americano. Ciò mi inquieta, mi urta; scrivere aforismi è come fare americanate. Ma il nemico fuori è solo un pallido riflesso di contraddizioni interiori. Sempre. Et voilà: l’11 settembre il più grande aforisma della Storia.
27 January 2007
La morte è il privilegio dei condannati
Se con l’ossessione della morte l’uomo vive a stento, senza di essa sarebbe completamente spacciato. La morte è il limite per eccellenza; ella lo rassicura, ed egli si fa coccolare compiaciuto. Prendete un uomo normale; dategli cinque castelli, dieci principesse e un forziere illimitato; dopo il primo attimo di euforia, sprofonderà nella più cieca depressione. Quando non devi più lottare per guadagnarti il pane, hai la condanna della lucidità che pesa su ogni mossa che andrai a fare. Sei tu e tu; tutto il resto è companatico. Essere di fronte a se stessi, così; si scorgono squarci di infinito da far venire il vomito. La morte è il privilegio che l’occidentale incompleto dedica a se stesso. La morte è un prodotto dell’occidente; toglietela e il tempo si fermerà. E invece no; come un ubriaco incapace di stare in equilibrio, egli insegue la propria linea immaginaria oscillando scompostamente al di qua o al di là della vita e della morte. E’ una catena; si finisce lì, in quella gabbia senza sbarre popolata di fantasmi di io incapaci di tastare la propria consistenza. Fuori però c’è gente che svolazza; un paio di volte li ho pure visti. Sì, con i miei occhi, li ho visti. No, non di più; ma un paio di volte li ho visti, leggeri più dell’aria, e ti dico che eran proprio loro, erano.
25 January 2007
Hallelujah di Leonard Cohen
A l l e l u i a
Udii un accordo segreto
Lo suonava Davide, e piaceva al Signore
Ma tu non ami la Musica, vero?
Fa così
Di quarta, di quinta
La minore scende
La maggiore sale
E il re perplesso compone l’Alleluia
Alleluia, Alleluia, Alleluia.
Alleluia, Alleluia, Alleluia.
La tua fede era ardente
Ma chiedevi una prova
La vedesti bagnarsi sulla terrazza
La sua bellezza e il chiarore della luna ti stordirono
Ella ti legò ad
Una sedia da cucina,
Scagliò il tuo trono
Tagliò i tuoi capelli
E dalle tue labbra sgorgò l’Alleluia
Alleluia, Alleluia, Alleluia.
Alleluia, Alleluia, Alleluia.
Dissi che ho affermato il nome invano
Nemmeno lo conosco, io, il nome
Ma se anche fosse, che cos’è per te?
C’è una vampata di luce
In ogni parola
E non importa
Quale tu abbia udito
Se il sacro o il profano Alleluia
Alleluia, Alleluia, Alleluia.
Alleluia, Alleluia, Alleluia.
Diedi il meglio, ma non bastava
Non riuscii a sentire, imparai a toccare
Ho detto il Vero, non sono qui per ingannarti
E anche se tutto
È andato perduto
Rimarrò dinanzi
Al Signore della Canzone
Con null’altro sulla mia lingua se non un’Alleluia
Alleluia, Alleluia, Alleluia.
Alleluia, Alleluia, Alleluia.
24 January 2007
VII.
Uomini. Se l’italiano è incantatore, il francese spocchioso e il tedesco gutturale, il russo è come un bianco fascio di luce proiettato sullo schermo di un cinema. E quando lei esausta, sfinita, snervata sta per andarsene ecco iniziare La corazzata Potëmkin.
23 January 2007
Obesità all’italiana
All’italiano riconosciamo almeno la genialità: il fatto che sia riuscito a trasformare il proprio ritardo culturale – e mentale – in un solido modello di vita testimonia un istinto di conservazione che non può lasciare indifferenti. Incedere sul filo della propria stoltezza senza sbilanciarsi, pericolosamente proteso tra istituzioni e ordinamenti, tra cerimoniali e convenevoli – ammettiamolo – non è da tutti. E l’italiano, l’arte del filo, ce l’ha proprio nel sangue.
Le russe più avvedute lo sanno bene, e quelle ancora “candide” avranno modo di apprenderlo in fretta: sposare un italiano significa sposare una famiglia. Madri agguerrite, padri allo sbaraglio, la sorella isterica e il fratellastro indiscreto, e poi ancora il nonno narratore delle sue improbabili, adolescenziali epopee, e la nonna che va a comando quando non a bacchetta, e avanti col prozio venuto dall’America, che si fa chiamar dottore ma non c’ha la laurea, e il biscugino spuntato dall’erba, un ciccione piovuto dal cielo, e gli “amici di famiglia”, una fiera campionaria di mostruosità eccellenti, e avanti col cane, così dolce, e la gattina, fa la ruffiana, e quando pensi di aver visto tutto, quando sei sicura di aver esaurito tutto il repertorio che un’umanità degenerata può offrire, ti accorgi che, lì, sull’angolo, c’è anche il pesciolino rosso che implora aiuto. Anzi no; ti avvicini, l’osservi meglio, lui boccheggia con gli occhietti spalancati, impavido, senza fretta. E allora, a dieci centimetri dall’acquario, lisciandoti i capelli biondi, accostando i tuoi occhi azzurri al vetro impolverato, arrivi al dunque e finalmente te la poni, la domanda cruciale: chi è veramente, dei due, il pesce?
La famiglia nucleare è un’invenzione delle scienze sociali, un formalismo che l’italiano ha adottato per rimanere al passo coi tempi, una spolverata a centimetri di vecchiume che non ne vogliono proprio sapere di andarsene per sempre. Non è che nell’Europa del Nord il concetto di famiglia non esista: esiste ovunque, ma c’è modo e modo di interpretarlo. Quello appiccicaticcio, possessivo, claustrofobico è sempre un amore bambino. Vado a trovarlo, e lui mi fa entrare nel suo nuovo appartamento. Alla richiesta di un bicchiere d’acqua, mi dice che posso prenderla dal frigorifero: fa come se fossi a casa tua. Mi alzo e lo apro, il frigorifero: una bottiglietta d’acqua, una birra già stappata e un limone ammuffito. Gli chiedo come sopravvive, lui mi risponde che va a mangiare dai suoi, che abitano al piano di sotto, e alla domanda sul perché avere un appartamento per sé, replica stizzito: “Perché così sono indipendente; mica tutti lo farebbero di gestirsi la propria vita per conto proprio”.
[…]
22 January 2007
VI.
La donna vive qualsiasi imperfezione come fosse una propria imperfezione. Nel proprio intimo ogni donna è madre assoluta; creatrice di ogni essere vivente. Per l’uomo la poesia è una costante impostura; la poesia fluisce in quei ritagli di tempo in cui l’uomo si dimentica di essere se stesso.
21 January 2007
Just Saint Petersburg 2/3
20 January 2007
“E mo’ so’ bisnissmen”
Seduto al tavolo di un bar, bevo una birra con un gruppetto di italiani appena conosciuti. Mi viene presentato un signore sulla cinquantina, un po’ stempiato, curiosamente allegro e dalla faccia piena. Così, per parlare. Gli chiedo che cosa è venuto a fare a Sanpietroburgo. Lui mi si avvicina, sfodera uno sguardo carico d’intesa, arrocca la voce, rallenta i gesti e sussurra convinto: “E mo’, io so’ uno bisnissmen”.
Un attimo di silenzio, forse di imbarazzo. E allora gli spiego: “Guarda: non ho le tette, non faccio pompini… A me puoi dirlo cosa sei venuto a fare qui in Russia”.
Come un animale ferito, quasi scoperto, abbassa la voce, distende lo sguardo, e mi osserva per un istante, preoccupato. In un battito scorgi la limpidezza del vuoto su cui si regge la recitazione assurda delle persone. Ometti, sono, nient’altro. L’arroganza è il fiore del nulla, e basta metterla di sbieco per guardarci attraverso. L’angoscia sola può restituire vera dignità all’uomo. Mi racconta stanco: “Vedi, ragazzo, io tengo famiglia, non ‘sto mica male a’ soldi, quello no, ma… è che c’ho ddu palle, e allora prendo ‘na settimana e vengo qui. Mi capisci, no?”
Non mi porge la domanda che già sorride. Si sta riprendendo, quella ventata di umanità improvvisamente apparsa sul suo volto sfiorisce in un attimo. Lo sguardo si incattivisce, la recitazione si gonfia, il tono stesso rinvigorisce. E’ qui che termina l’essere umano: egli è quel lasco che si insinua tra la scimmia e le sue grezze figure d’onnipotenza. E, con voce vissuta, mi bisbiglia: “Ma tutti qui credono che io so’ uno bisnissmen. Mi raccomando: acqua in bocca”.
In silenzio, un po’ incerto, annuisco.


























