La bellezza, dunque. Diventare persone già di per sé non è cosa facile, ma come potrà accadere se lo scenario che ci avvolge è una fiera campionaria di mostruosità? Se lo sguardo è quotidianamente costretto ad impattare in orrori che gareggiano tra loro per una medaglia alla bruttezza? Se lo sfondo dei nostri pensieri e delle nostre emozioni è una landa desolata e senza sentimento piuttosto che un condominio arido e scarno?
Niente, c’è da far fagotto e andarsene. Non per vigliaccheria o sgomento o costernazione, ma per dar voce a quel qualcosa che abbiamo dentro. Perdersi e ritrovarsi, e così all’infinito, che cos’è altro se non il precetto della bellezza? Nei momenti di spensieratezza si sarebbe tentati di guardare il mondo come fosse un gran opera d’arte; e invece ci sbaglieremmo, vorrebbe dire offenderlo. Raramente l’uomo occidentale riesce ad andare oltre. Egli è troppo occupato a guardarsi dentro, a spulciare e a rovistare, nel narcisistico tentativo di dare voce alla propria sofferenza. Arrivo a Sanpietroburgo; è ancora zeppa di neve, i canali sono ghiacciati e la prima giornata di sole arriva dopo due settimane esatte. Esco, mi incammino verso il centro, calco il ponte maggiore e mi avvicino ad un giardinetto che dà direttamente sul lungofiume. Sono lì. Lo potrei osservare come un critico osserva un Picasso; un’emozione fortissima, serrata, invadente. Quel piccolo spiraglio sulla morte che è l’orgasmo; l’arte, il sesso, la religione ne sono pieni. Infiniti castrati. Il mondo inteso come opera d’arte; come intenzione lasciva, risultato forgiato, soglia luminosa. Ma non sono venuto fin qui per ingannarmi, e allora vado oltre. E quello che provo è qualcosa che va al di là della gioia e del dolore… Esso, come un piuma in eterna sospensione, è un soffio che mi raccorda al tutto, un istante lieve che rima con l’infinito, un sottile gesto che cancella il pensiero. E’ amore, forse. Sicuramente un’altra qualità di quell’amore di cui tutti vanno parlando. Un contatto primitivo, un vuoto senza spazio, un implosione for… Mi sveglio, torno in me. Sono sempre lì, anzi sono qui. Penso alle varie città nelle quali avrei potuto essere, e penso che non c’è da starci a pensar su; Sanpietroburgo è bellissima, certo, ma cosa vuoi che conti. Non sarebbe sufficiente. E allora proietto questo mio sentire al di fuori, consapevole che si tratta di un didentro rivoltato. E questa è la città che sto calcando, questa è già la mia città. Possiamo esserne tutti d’accordo. Se Parigi è vanitosa, New York isterica e Roma caciarona, Sanpietroburgo – semplicemente – sta.
Me ne torno in appartamento, soddisfatto. Bevo una tazza di tè verde, poi vado a letto. Prima di addormentarmi ripasso un po’ il libro di grammatica russa; un po’ pesantina, ‘sta grammatica. Spengo la luce, sbadiglio, penso che tutto è ok, e che ora basto veramente a me stesso, e niente più.


