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29 December 2006

L’impatto 4/5 [Diario pietroburghese] — manlio casagrande @ 10:30

Posta sul tetto del mondo,  Sanpietroburgo è una città eternamente sospesa sul vuoto. E’ sospesa storicamente, in primo luogo. Città azzurra nata per volere divino, ovvero dello zar Pietro I che la fondò nell’anno 1703 d.C., essa bluffa continuamente alludendo ad una storia che non ha veramente vissuto. Il suo passato, seppur intenso, è costituito da una manciata di secoli; poco più che un’infanzia per una città. I monumenti, i palazzi, le chiese sono rimandi storici alla cultura occidentale alla quale Sanpietroburgo è solo affettivamente legata, ma che non ha mai vissuto sulla propria pelle, ovvero fisicamente.
Ogni civiltà nasce col mito e termina col dubbio. Ovvero viene alla luce con segni di bellezza e si esaurisce in quanto defraudata dei suoi punti fermi. Il dubbio è efficace solo nella dimensione privata; quando penetriamo nell’oasi della riflessione, più abbracciamo il dubbio e più entriamo nella stessa lunghezza d’onda della realtà, perché essa è al di là di qualsiasi spiegazione. Essa, la realtà, è sempre più complessa di qualsiasi teoria che tenti di descriverla: ogni sistema, teoria o spiegazione nasce dalla realtà, e mai viceversa. Ma quando siamo costretti ad agire, soprattutto se collettivamente, il dubbio è un intralcio, una stampella, una paralisi e va gettato. Dobbiamo fingere di essere perfettamente convinti di quello che facciamo; e forniamo delucidazioni e spiegazioni, talvolta brillanti, ma sempre parole su parole; più facciamo finta di avere la situazione sotto controllo, più cioè la nostra recitazione assume il tono del limpido disincanto, più la stima degli altri ci verrà naturale.
Sanpietroburgo, da una manciata di episodi gloriosi, ha dovuto reinventarsi un passato al quale ancorarsi, per non precipitare nelle acque del dubbio, per giustificare la propria esistenza al mondo e recitare così quella commedia occidentale che si basa su una frase che nessuno dice ma che da tutti è sottintesa: “se sono al mondo è perché c’è un motivo preciso, ne sono certo, ed ora te lo racconto”.
La modernità è terminata nel momento in cui l’uomo ha visto prepotentemente affiorare il proprio istinto animale. Le convenzioni che per millenni avevano lavorato in direzione della forma lentamente si sgretolano; vengono a galla quei nodi irrisolti dell’essere umano, studiati da nuove discipline, come la psicanalisi e le scienze sociologiche, che si riappropriano del lato sommerso dell’iceberg della personalità umana scalzando le vecchie impostazioni filosofiche, troppo spesso ancorate ad errori scolastici – ovvero prodotti dall’approccio della Scolastica – mai evidenziati a sufficienza. Se la Recherche proustiana è l’ultimo tentativo di racchiudere la realtà attorno ad un progetto unico ed omogeneo, La metamorfosi di Kafka punta il dito verso una vertigine che progressivamente si allarga, fagocitando quei brandelli di senso che sono il prodotto delle interpretazioni totalizzanti a cui tutti, bene o male, erano e sono ancorati.
Sanpietroburgo, con i suoi cinque milioni di abitanti che si raccolgono in una dimensione quasi provinciale, riceve solo in parte l’effetto della vertigine post-moderna. Voglio dire questo: se a Mosca si respira l’abisso della metropoli immensa e senza punti fermi, e la folla si accalca nell’ora di punta e vieni letteralmente travolto dentro la metro, e non ti è concesso fermare un passante per chiedere informazioni perché tutti corrono, a San Pietroburgo questo non accade. Essa è costantemente riportata al passato dalla sua intima struttura, dalla grazia della sua fisionomia, dall’immancabile alone dei grandi scrittori russi dell’Ottocento, dalle innumerevoli statue in memoria di chissà quale valoroso giovane caduto in duello, dalla ragnatela compatta delle sue vie ampie e spaziose. La velocità post-moderna, con la sua frantumazione del senso e il suo ritorno alla volgarità primitiva, appare, ma si posa lieve sopra a qualcosa di eterno, che a tratti pare poterla assorbire. E sta lì, e quando stai per dire che il tutto sembra stridere, ti accorgi che è lì da sempre, e che è antica quanto l’uomo. E che non stride affatto, come la neve sopra una rossa lanterna in una via del centro.


(c) 2006-2007 manlio casagrande

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