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28 December 2006

L’impatto 3/5 [Diario pietroburghese] — manlio casagrande @ 21:33

La piazza del Palazzo d'InvernoSanpietroburgo, a dispetto dei suoi cinque milioni di abitanti, è una metropoli discreta. Laddove la volgarità è il prodotto dell’assenza di controllo, la grazia nasce da un equilibrio che sembra direttamente attingere alla spiritualità. Il grattacielo americano, il cosiddetto skyscraper, così infantile nella sua forma e nei suoi colori, non spaventa per la piattezza della cultura che l’ha prodotto, quanto per i suoi connotati psicologici, per l’ideologia che subdolamente esso rimanda con la sua sola presenza: una volgarità nevrotica, un esibizionismo sfrenato, una violenza senza attenuanti. Il solito tentativo di toccare il cielo con un dito, come se un centimetro sopraterra non fosse già cielo. Anche i palazzi tardo-rinascimentali contengono una dose di violenza, percepibile dalla loro immensa mole, ma essa è trattenuta, silenziosa, sorridente. L’ansia capitalistica, che nasce dall’incapacità di assomigliare alla propria immagine sempre in eccesso, è pressoché assente: l’architettura pietroburghese non consegna a chi la osserva nessuna smania di liberazione, o insostenibili promesse di felicità del domani, o vuoti ticchettii del tempo che scorre; casomai un’energia raccolta, fatta di sussurri e coscienza, vicina forse alla canzone, sicuramente alla preghiera, nel senso più alto – cioè non clericale, tantomeno cattolico – del termine.
La bellezza ha i suoi cento gradini, e allora iniziamo dal primo: essa nutre, certamente, ma nutre solo lo spirito, l’anima, talvolta l’intelletto, non certo lo stomaco. Si sa, è chiaro, ma ripeterlo non fa mai male. Van Gogh sarebbe morto di bellezza senza il fratello Theo, così attento ai suoi bisogni materiali. Altri testimoni sono i milioni di russi costretti nelle periferie, dove non solo la bellezza non è concessa, ma la povertà è dilagante e onnipresente.
“Povertà” è un’altra parola che ha mutato il proprio significato negli ultimi cinquant’anni: in Italia ho amici che fanno gli operai, ma hanno vestiti, da mangiare, il cellulare, un’automobile e talvolta pure un appartamento comprato a rate. Essi si definiscono “poveri”, e giustamente, perché la maggioranza ne ha più di loro. In Russia essere poveri significa essere costretti a spartire un appartamento con altre famiglie e non è raro imbattersi nelle cosiddette communalte, alloggi economici dove, in pochi metri quadri, convivono dieci, quindici persone, talvolta più. Un citofono con decine di tasti appare al di fuori di ogni singolo appartamento ben simile a quello che altrove è dedicato ad un condominio intero: ad ogni nome corrisponde una persona, o una famiglia, e tutte vivono nello stesso appartamento. Immaginatevi tante piccole cellette frigorifere della grandezza di un cassetto che spuntano da un muro, ognuno corrispondente ad una famiglia. Amici russi mi raccontavano che in fondo anche vivere lì non era poi così male: ci si abitua. Certo non è il massimo, ma ci si abitua.


(c) 2006-2007 manlio casagrande

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