Lo si potrebbe chiamare il vecchio, quel velo che, come la neve che presto arriverà, si è posato lungo il corso della storia sulle case, sulle persone, sui modi di fare e li ha resi semplicemente russi. Gli edifici, più o meno anneriti, che ospitano decine di appartamenti, sono al di sotto di ogni immaginabile standard europeo e sembrano sul punto di cedere da un momento all’altro; le scale di ogni condominio sono trasandate, talvolta ai limiti della percorribilità, in ossequio alla santa regola secondo la quale “quello che è di tutti è di nessuno”; i giardini dei condomini, dove giocattoli, talvolta arrugginiti, sono richiami alla corsa planetaria – giostre a forma di astronavi, per esempio, con i pianeti e quant’altro – che vigeva negli anni ’60; i negozietti sotto casa, un concentrato di prodotti in una quarantina di metri quadri, dove pagare con la banconota da cinquecento rubli, l’equivalente di quindici Euro, significa mettere in imbarazzo la cassiera che, puntualmente, non ha il resto in cassa; e molto altro.
Naturalmente questo è un mondo a parte, nel quale ci si può imbattere solo a patto di uscire dal tradizionale circuito del turismo. Perché dall’altra parte c’è il nuovo, con le limousine parcheggiate sulla Nevskij, le ragazze sfoggianti le più celebri e costose brand della moda, caffè e ristoranti lussuosi e dal personale rigorosamente English speaking, centri commerciali che vincerebbero – o perderebbero, dipende dal punto di vista – qualsiasi gara sul prezzo. Ed è quel passato, certo infelice ma rinvenibile ad ogni occhiata gettata sui passanti, a fare a pugni con questo presente, riportando a galla quel nodo che si vorrebbe rimosso e che invece è come un limone gocciolante su una ferita aperta: la Russia presente è un paese che nasce dalla sconfitta, la più cocente della sua storia.
E’ un paese che ha perso la guerra, questo. Non quella militare; ogni sconfitta militare è relativa, perché quantomeno si è coscienti del proprio stato di vittime. Si può attendere guardinghi tempi migliori, si avrà spazio per riproporre la propria cultura: il nemico ti può togliere il sorriso, le scarpe, i libri o la libertà, ma mai le tue idee. Esso è distante, lo puoi vedere, ed è proprio questa distanza la speranza del tuo domani migliore. Ma quando il nemico si incunea furtivo e, penetrando come miele, ti entra nelle vene, lasciandoti vuoto e spento, e orienta il tuo modo di pensare, e con la dolcezza di una troia ti suggerisce tutto ciò che andrai a fare, ipnotizzato da questa voce che ormai è la tua, allora non c’è alcuna speranza di fare opposizione. Ad un certo punto anche la Russia ha ceduto. Ed è forse questo che affascina, è proprio questo il vecchio: il groviglio di contraddizioni che nasce quando un passato, che non ne vuol sapere di finire nel dimenticatoio, collide con un presente fatto di libertà di cartapesta, di diritti solo teorici , di pseudo-aperture culturali. E se altrove, come in Italia, a suo tempo si è combattuto per quella cosa lì, qui il nuovo è arrivato così, di colpo, nello spazio di un attimo; e se qualcuno c’è rimasto male ed ha accusato il colpo, qualcun altro ha continuato a vivere, quasi senza accorgersene.


