Se New York, come scrisse Céline, è una città in piedi, Sanpietroburgo è appollaiata, ed ha riccioli d’oro.
E’ quello che accade quando la maestosità del classicismo europeo si fonde con l’azzardo orientaleggiante, e il tutto anziché stridere si armonizza nella più completa naturalezza. L’impatto con la fredda bellezza nordica è travolgente, e ciò che più colpisce è la magnificenza dell’architettura. In una parola: San Pietroburgo è bellissima.
I monumenti, le cattedrali, i ponti e le strade, i condomini, i palazzi; tutto è immenso, e il colpo d’occhio che dà dal lungofiume sulla Grande Neva regala uno spazio senza confini. Non si può evitare di avvertire una grazia, un respiro, un sapore antico di un’Europa altrove scomparsa che si coniugano brillantemente, senza stridori di sorta, con le chiese dal taglio barocco, dalle guglie protese come ciuffi di cotone. E con le facce delle persone che le riempiono, e con la strascicata e secca musicalità della lingua russa che, pur senza entrare nel rango delle vere lingue asiatiche, è la lingua con la quale mezz’Asia, quotidianamente, comunica.
E’ un esotico addomesticato quello che rimanda San Pietroburgo, e non solo per la strettissima affinità che la lega alla cultura italiana. Non ho mai avuto un particolare attaccamento alla cultura del mio paese, laddove per esempio quella francese, con la sua poesia e la sua letteratura e la sua irraggiungibile chanson d’auteur, a suo tempo, mi incantò; ma avrei in seguito realizzato che se c’è cultura con la quale potrei, se proprio fossi costretto, identificarmi è quella europea rispetto, per esempio, a quelle americana, africana o cinese: e qui a San Pietroburgo ha ben diritto, un europeo, di sentirsi quasi a casa.
Camminare, e perdersi, per un’ora, un’ora e mezza lungo le vie del centro significa imbattersi quasi ed esclusivamente in cose belle. Belle esteticamente, intendo; cose che, quando le guardi, stai meglio. Ti senti quasi a tuo agio, forse protetto, indubbiamente avvolto tra i ponti sospesi sui canali, i giardini e i parchi dei palazzi reali, le innumerevoli punte dorate che svettano ovunque, e quant’altro. Non solo la bruttezza pare non appartenere alle cose di questo mondo, ma è rimasta una patina di polvere, di delusioni, di ruggine che il tempo, e il capitalismo avanzante a vista d’occhio, non potranno che portare via in pochi anni. Qualcuno direbbe che non ci sono già più, che tutto è già troppo cambiato.
26 December 2006
L’impatto 1/5
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